XENOFOBIA

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Ἀμὴν λέγω ὑμῖν, οὐκ οἶδα ὑμᾶς.

Amen dico vobis, nescio vos.

[Vangelo: Matteo 25,12]

Così il βάρ-βαρ-ος

finisce nel βόρ-βορ-ος .

«colui che giunge nell’Ade da profano e non iniziato,

giacerà nel fango,

mentre colui che vi sia giunto purificato e iniziato

abiterà insieme agli dèi»

[Platone: Fedone 69c]

Je ne puis être infirme sans me choisir infirme (?)

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«infirme pour-soi» et «infirmité en-soi»

 

Je ne puis être infirme sans me choisir infirme, c’est-à-dire choisir la façon dont je constitue mon infirmité. Questa frase sconcertante è contenuta nella Parte terza de L’essere e il nulla al paragrafo 1 del capitolo II dedicato a Le corps. Le due immagini sopra raffigurate simboleggiano la scissione assurda che per Sartre dovrebbe esserci fra l’«essere-infermo-in-sé» e l’«essere-infermo-per-sé» ma, per noi desistenti, l’una infermità infirma l’altra; ed è proprio sul rapporto fra i verbi «infirmare» ed «essere infermo» che noi vogliamo confermare (antinomico di infirmare) l’impossibilità di un trattamento fenomenologico di questa questione.

Cosa volesse dire Sartre, l’abbiamo capito tutti: relativamente all’essere infermo in sé (das Sein) inteso come concetto neutro genericamente universale che omologa ogni infermità al concetto puro che spersonalizzando questo o quell’infermo uniforma tutti gli infermi sotto il comun denominatore di «paziente», c’è un essere infermo (Da + Sein) che è questo particolare individuo il quale «pazienta» la propria infermità in una maniera affatto personale assolutamente diversa da quella di ogni altro paziente. Detto ciò, il desistenzialismo va oltre questo banale e irriverente esistenzialismo, nella maniera che spero apparirà chiara nelle righe seguenti.

Tornando al disegno che ho scelto come immagine per questo mio paragrafo de La conscience malheureuse direi che l’infermo a colori è l’«avatāra» dell’«infermità-per-sé» vissuta in pratica da un infermo per sé, e che l’«infermità-in-sé» è rappresentata dall’infermo in bianco e nero: l’infermità dell’«essere-infermo-in-sé» conoscibile in teoria da quella che Sartre definisce connaissance pure di contro a connaissance engagée, cioè «conoscenza pura» di contro a «conoscenza “impegnata”». Significativo, il fatto che il filosofo parigino abbia scomodato per l’ennesima volta la categoria di engagement anche per connotare la conoscenza a lui più gradita: non la conoscenza pura, della quale s’è occupato Kant nella Critica della ragion pura, bensì la conoscenza “empirica” esistenzialmente incarnata da una persona in carne e ossa in una qualche situazione. L’infermità in sé è per Sartre infermità disimpegnata, e come tale esecrabile gnoseologicamente.

Quanto mai appropriato è parlare di infermità «in-sé» o «per-sé» usando come termine della questione il corpo. Nel nome di una terapeutica filosoficamente fenomenologica, Sartre crede fermamente che non può darsi un corpo infermo in pratica separato da un corpo infermo in teoria: è una teoria che non ha corpo, quella di un’infermità senza corpo. Il medico non potrebbe studiare delle malattie se non ci fossero dei malati; e poi, a che servirebbe? Immaginiamo di essere infermi in un reparto ospedaliero pieno di infermi che hanno tutti la stessa patologia (me compreso): nonostante ciò, io sono sempre questo infermo qua differente da ogni altro infermo là; tutti quegli infermi là (che sono là) sono per un medico l’infermo in sé che permette di studiare scientificamente l’infermità dalla quale tutti sono affetti per sé. Il concetto puro di questa comune nostra infermità è studiato sul piano di un indifferenziato: non si fa differenza, quando si studia questa comune infermità che ci accomuna in questo reparto ospedaliero, fra questa o tra quella differenza con la quela ogni infermo vive per sé la comune infermità.

Veniamo al dunque: per noi desistenti, l’infermità più universale è l’esistenza; il desistenzialismo critica il modo in cui l’esistenzialismo “studia” l’essere dei viventi (umani): come se fosse sempre assolutamente indifferente l’approccio universale che sovrasta questo o quel vivente. Noi crediamo che, se da una parte può anche essere corretto (e anzi, lo è) considerare l’esistenza relativamente a ogni situazione così come essa si presenta per sé, per ognuno degli esistenti, d’altra parte è massimamente scorretto disconoscere la necessità di un conoscere universale quando si considera non questo o quell’umano di per sé ma il genere umano tutt’affatto in sé; e questo proprio per il fatto che la procedura del conoscere non è quella dell’essere. Solo per il conoscibile, può essere demonizzato l’approccio uniformante e spersonalizzante dell’in sé, ma non per quell’inconoscibile che è l’essere umano per sè: l’homme, cet inconnu.

È per sé sconsiderata, una considerazione negativa di una conoscenza che va necessariamente considerata in sé. Per dirla in parole povere: se noi sappiamo che venendo al mondo ci ammaliamo tutti – nessuno escluso – di mal-essere ontologico (o male di vivere) va da sé che questa conoscenza dell’infermità generale può porsi a priori come motivo valido per non considerare i casi singoli che a posteriori si presentano al mondo come applicazione pratica di questa generale infermità. Se l’umanità intera conferma che entrando in un campo di concentramento non si sfugge al lavoro forzato e alla morte obbligata non può, chi infirma questa conferma, infirmare con ciò la conferma di una infermità annunciata; ed anzi, chi lo facesse sarebbe proprio l’unico umano veramente degno di essere internato in questo lager del quale, per una sorta di criminale negazionismo, nega la grave realtà.

E dunque, caro Sartre – dice il desistente – è inutile che tu rompa le scatole al mondo intero per convincere tutti gli internati del KZ terrestre (Konzentrationslager) che il genocidio non è il crimine intollerabile che l’esistenza umana compie contro l’umanità stessa quando mette al mondo qualcuno! è inutile che tu t’affatichi tanto per dimostrare che ogni internato vive la sua deportazione e il suo internamento a modo suo, perché a noi non ce ne frega niente di questa possibilità unica e singolare che ogni condannato ha di vivere per sé la disgrazia comune in sé! mai il mezzo gaudio del mal comune diventerà per noi motivo di gioia! nessuna soggettità conferma mai ciò che ogni oggettità infirma sempre!

E se io non mi scelgo infermo? Il desistente è colui che non si è scelto infermo e per ciò non vuole scegliere per un altro che ancora non esiste il suo futuro essere infermo. Tu, caro Sartre, appartieni a quella pericolosa razza di umani che se non hanno una tessera di partito (possibilmente del partito “sinistroide” dell’engagement) non sono più sicuri di essere qualcuno; tu fai parte di quei politicanti demamoghi che estendono all’esistenza le ragioni partitiche della militanza: come se il partito degli umani potesse essere considerato in sé alla stregua di un partito unico che costringe con la forza la voce degli altri partiti al silenzio, fascista, che fa tacere il dibattito parlamentare dell’ontologia. L’esistenza è un dibattito di infermi la cui infermità non riguarda solo questo o quel partito; per cui l’esistenzialismo, come partito filoesistenziale, non può e non deve proclamarsi partito unico dell’umanità: la teoria monopartitica del per sé che vuole zittire quella partitica dell’in sé riduce di fatto a totalità totalitaristica la singolarità dell’infermità come se questa non fosse una universalità che riguarda tutti di diritto, al di là della particolarità con la quale si manifesta fenomenologicamente nei vari casi.

Lo sguardo fenomenologico dell’infermità cura le ferite dei singoli infermi ma non si cura per nulla di ciò che queste ferite procura: manca a questo sguardo la visione d’insieme dell’infermità; l’ottica fenomenologica prende sempre la posizione partitica del punto di vista a dispetto di quella autoptica che in ultima analisi sfugge regolarmente a tutti questi punti di vista: gli occhi di un cadavere sono quel «terzo occhio» che nella realtà del decedere perde di vista la possibilità del decidere. Lo sguardo vuoto del deceduto, quello di due occhi che non possono più vedere fuori da sé, dovrebbe essere guardato dallo sguardo pieno (di sé) di chi, ancora vivo, si stupisce del fato che «l’occhio non può vedersi da sé»: L’oeil ne peut pas se voir lui-même. Ma certo che lo può, però lo può solo con quel terzo occhio di chi è deceduto: rimorso inestinguibile e feroce dello sguardo in sé che ammonisce e mette in guardia il visus del per sé dal non giustificare due occhi nel nome dell’invisibile e invisa cecità del terzo, l’invisus.

«L’occhio non può vedersi da sé – dice Sartre –. Sarebbe ammissibile, infatti, che un’altra struttura organica, una disposizione contingente del nostro apparato visivo permettesse a un terzo occhio di vedere i nostri due occhi intanto che essi vedono». Insomma: uno non può vedere i propri due occhi mentre essi vedono. Sarebbe necessario «un troisième oeil» che permettesse «de voir nos deux yeux pendant qu’ils voient». Questo ‘terzo occhio’, che un organismo vivente non può mai pretendere per sé (stesso), inauditamente lo rivendica sempre a sé l’organo teoretico (non vivente) della conoscenza pura: la conoscenza in sé, la conoscenza dell’in sé. Il terzo occhio è inviso allo sguardo fenomenologico, perché non ha il viso della situazione effettiva nella quale la fatticità inessenziale si trova. L’esistenzialismo fenomenologico fugge la contingenza come il diavolo l’acqua santa: la contingenza pietrifica ogni possibilità nel “luogo comune” della causalità; è contingente, il fatto di trovarsi tutti insieme indistintamente in questo KZ ma c’è sempre la possibilità di evaderne per accidente – dicono gli esistenzialisti fenomenologhi. Col che, non si capisce bene se l’accidente che permette di evadere sia la morte, o qualche altra infermità che, come acciacco passeggero, colpisce il deportato durante il suo internamento; la fenomenologia deve per sua natura essere “evasiva”, al fine di non costringere mai nessun per sé dietro le sbarre dell’in sé.

Sartre: «È questa contingenza, tra la libertà e la necessità della mia scelta che noi chiamiamo il senso», C’est cette contingence entre la nécessité et la liberté de mon choix que nous nommons le sens. Traduciamo. La nostra universale infermità ontologica come internati nel KZ del mondo è contingente, è la nostra contingenza comune: siamo tutti ricoverati in questo ospizio di lavoro e di morte; per dirlo in gergo gestaltico, la contingenza del nostro internamento è lo sfondo di una terribile congiuntura sul quale si stagliano le varie forme di questo o di quell’internato; l’infermità universale è lo sfondo, la sua forma particolare è l’infermo. In realtà, non è affatto contingente, che uno veda l’infermo nella propria infermità: è necessario; l’unica libertà che uno si può prendere è quella di distogliere gli occhi dalla spiacevole contingenza e, come uno struzzo, mettere la testa sotto terra per non vedere le varie personali possibilità che gli infermi hanno di vivere nella necessità della loro contingenza la libertà della loro infermità sub specie modorum vivendi (temo però che questo struzzo, dopo aver messo la faccia sotto terra, non potrà comunque chiudere gli occhi su tutti gli infermi già finiti sottoterra!).

La totalità degli internati, data dalla somma di quelli ancora presenti insieme a quelli passati e futuri, «non possono apparire insieme sullo sfondo del mondo» – per usare le parole di Sartre –: lo sguardo binoculare del per-sé non può certo vedere panoramicamente tutti gli internati così come lo potrebbe la visione esaustiva dell’in-sé; la quale ultima dovrebbe essere monoculare almeno come l’essere parmenideo per essere ceco alla molteplicità. E, pure, con una sola occhiata, a prima vista, se non è in mala fede, in un batter d’occhio lo sguardo cognitivo del per-sé può, se lo vuole, vedere con la mente ciò che assolutamente non mente: vedere in sé l’infermità esistenziale nella prospettiva ontologica della congiuntura ‘ne-fasta’, che cioè non si può considerare – alla latina –,  fas, lecita, fausta.

Dice bene, Sartre, che «ciò che io sono, infatti, per principio, non può essere oggetto per me, in quanto lo sono», ma se in qualcosa io sono esattamente come tutti gli altri – cioè ontologicamente infermo – allora si può ben dire che l’infermità, essendo ciò che sono io ed anche ciò che sono tutti gli altri, è oggettivamente l’unico oggetto che ‘la connaissance désengagée’ può pretendere per sé come conoscenza in sé: la conoscenza che ‘in coscienza’ – come coscienza d’infermità cronica – può ritirarsi (se désengager) in un être-désengagé che a buon diritto può sentenziare su una realtà di fatto. La sospensione della natalità è la sentenza finale e definitiva della connaissance désengagée come connaissance pure che in sé può e deve giudicare di qualunque che sia per sé ingaggiato nell’internamento esistenziale.

L’esistenza non è un partito preso, o che si debba per forza prendere come si prende una decisione qualunque; qui il qualunquismo non vale. L’esistenza è apartitica perché è “costituzionalmente” illegale e illegittima, per cui nessuna tessera di partito può costringere alla militanza, nemmeno quella più o meno marxista che indusse Sartre e i suoi sartriani a predicare con forza la teoria dell’engagement. E non è certo per mancanza di responsabilità più o meno politica, che il desistenzialismo contesta e confuta quella «libertà dell’essere-possibile» che l’esistenzialismo spaccia come antidoto più potente contro la «servitù dell’essere-necessario», poi che, se «non vi è altro modo di entrare a contatto del mondo se non quello di essere del mondo» (il n’est d’autre manière d’entrer en contact avec le monde que d’être du monde) è meglio non entrare nel mondo dell’infermità pur di guadagnarsi l’immunità dall’essere infermi.

Ebbene sì: il caso della infermità ontologico-esistenziale è l’unico caso in cui la connaissance pure delle infermità giustifica il mondo per renderlo… mondo. La conoscenza immonda degli infermi non li guarisce né li salva dalla deportazione; e allora ben venga, in questa emergenza gnoseologica, la procedura demonizzata dai sartriani secondo la quale «io sfuggo – con il pensiero astratto – al senso che sono, cioè taglio i miei legami con il mondo, mi pongo in stato di semplice osservazione esterna, e il mondo svanisce nell’equivalenza assoluta delle sue infinite relazioni possibili». Perché? È forse giusto, conoscere il senso dell’essere-infermi al prezzo altissimo di disconoscere e misconoscere con questo anche il nonsenso dell’infermità? E quale umano potrebbe mai arrogarsi il diritto di pignorare per altri umani il “bene” immobile della propria infermità? Invece, nella procreazione, è proprio questo, che un umano fa: pignorare la libertà che altri dovrebbe avere per sé (la libertà prenatale di non essere infermo) per ignorare la necessità comune che nessuno dovrebbe avere in sé (la necessità postnatale di essere infermo).

Lo «spazio odologico» dell’esistenza (ὁδός -οῦ, ἡ: la via) è la via crucis che porta alla passione e morte dei condannati del KZ. Se l’«infermità-in-sé» potesse parlare direbbe: io sono la via, la falsità e la morte. La strada per la libertà è lastricata di necessità: l’infermità; solo, la libertà di cui qui si parla è la libertà di lavorare e di morire: una libertà ben poco agognata, se si pensa che per ottenerla bisogna finire in quella che Sartre chiama mortes-possibilités. Possibilità-morte. L’«odologo-egologo» parla di possibilità morte come mancanza di libertà, ma non ama parlare della possibilità, non libera, della morte. L’«odologo-egologo» si riempie la bocca con frasi altisonanti come quella che recita: «noi siamo scelta, ed essere, per noi, è sceglierci», ma non ama svuotarsi una buona volta la bocca sputando il rospo che lo soffoca: tutta l’esistenza è compresa fra due punti che non si possono scegliere, il punto di morte e quello di nascita; è inutile glorificare «la necessità che vi sia una scelta, cioè che io non sia tutto in una volta sola» dal momento che ogni volta l’infermità-in-sé non mi dà scelta quando mi fagocita in un sol boccone sotterrandomi nel suo sarcofago (connaître, c’est manger…?).

A maggior gloria dell’odologia noi ricordiamo (e non per fare i pessimisti) che tutte le strade portano al vicolo cieco della morte, al binario morto che non ne sa nulla di uno «spazio odologico» tutto «solcato di strade e rotaie…», come dice Sartre. Noi preferiamo girare come domanda ai nostri posteri la frase che Sartre “rigirò” invece come risposta ai suoi contemporanei: nous sommes choix et être c’est, pour nous, nous choisir…

QUID EST, DEXSISTENTIA?

fructus-ventris

Definizione di DESISTENZA: desistere dal far esistere. Se il creatore cadde nella tentazione di creare, le creature non devono cadere in quella di procreare: rea fu la creazione e correa è la procreazione. Solo la creatura può redimere il creatore dalla colpa antica e salvare chi ancora non è nato da un’eventuale, possibile, dannazione. Il creatore non può desistere, perché non può rinnegare se stesso (2 Timòteo 2,13) ma le creature lo possono. Quid est veritas? (Giovanni 18,38): la cattiva novella della desistenza è l’unica vera buona novella in grado di salvare tutta l’umanità. Savio è chi augura la morte, ma non peccati, o non, piuttosto, la vita, ma non dannati?